Un’attività per riflettere sull’attualità

Nel primo fine settimana di luglio 2025, l’Amicizia Ebraico-Cristiana Giovani ha vissuto il suo annuale incontro presso il Monastero di Camaldoli. Qui, abbiamo svolto anche un’attività di ascolto e di dialogo, in cui abbiamo cercato di riflettere insieme sul lungo e doloroso conflitto israelo-palestinese. Con spirito di apertura e desiderio di comprensione reciproca, ci siamo confrontati con punti di vista diversi, dedicando anzitutto del tempo alla lettura silenziosa e personale di alcune testimonianze che abbiamo raccolto presso amici e conoscenti che vivono in prima persona il conflitto, in Israele e in Palestina. Queste voci esprimono sofferenze, speranze e ricerca di futuro. Il nostro intento non è stato quello di arrivare a proporre soluzioni immediate, ma di sperimentare il metodo del dialogo e compiere un passo nel cammino difficile e necessario della pace: riconoscere l’umanità dell’altro e il valore del suo punto di vista, anche quando le ferite sembrano troppo profonde.
Come AECG, auspichiamo il dono di una pace giusta e dignitosa per entrambi i popoli e stati, frutto del dialogo e non delle armi. Siamo convinti che le religioni debbano essere forze di pace, non giustificazioni per l’odio. Condividiamo il recente appello, firmato da alcune delle principali autorità cristiane, ebraiche e musulmane d’Italia per invitare al dialogo e alla pace: https://www.chiesacattolica.it/appello-interreligioso-rivolto-alle-istituzioni-italiane-ai-cittadini-e-ai-credenti-in-italia/.
Sono disponibili le seguenti testimonianze, in larga parte anonime, per ragioni di sicurezza per le persone che le hanno scritte:
- Giovane palestinese cristiano di Gaza
- Giovane palestinese cristiana di Betlemme (Cisgiordania)
- Giovane palestinese cristiano di Betlemme (Cisgiordania), che oggi vive e lavora in Italia
- Giovane ebreo israeliano d’origine italiana
- Giovane ebreo israeliano
- Giovane ebrea italiana che nei mesi scorsi ha vissuto per studio a Gerusalemme
- Miriam Camerini, giovane donna ebrea italo-israeliana, che nei mesi scorsi ha vissuto per lavoro a Gerusalemme
- Manuela Dviri, ebrea israeliana di Tel Aviv d’origine italiana. Madre di un figlio morto durante il servizio militare
- Samah Salaime, palestinese israeliana di Neve Shalom Wahat Al-Salam
- Shireen Najjar, palestinese israeliana musulmana di Neve Shalom Wahat Al-Salam
Riportiamo due delle testimonianze a titolo di esempio. È possibile richiedere i testi completi inviando una mail a aecgiovani@gmail.com. La riproduzione e la diffusione dei testi, totale o parziale, è permessa solo con l’esplicito consenso del rappresentante legale dell’Amicizia Ebraico-Cristiana Giovani.
Speriamo che queste testimonianze che abbiamo raccolto e che ci sono state donate possano allargare i cuori e le menti di tutte le persone che le leggono.

Esposizione delle testimonianza di Voci da Israele e Palestina presso il monastero di Camaldoli, dicembre 2025.
Giovane palestinese cristiano di Betlemme (Cisgiordania), che oggi vive e lavora in Italia
Come stai, oggi (inizio luglio 2025)? In questo momento della tua vita, qual è l’emozione che senti più spesso? Come influisce questa situazione sul tuo quotidiano? C’è un momento recente che ti è rimasto impresso e che vorresti condividere?
A parte la tristezza, la preoccupazione per chi è lì e la rabbia che sentono tante persone, quello che sento di più è la frustrazione. La frustrazione per non essere in grado di cambiare le cose di fronte a un dramma così grande. Sul mio quotidiano influisce abbastanza, anche se cerco di separare le cose e non pensarci. Un momento recente che mi è rimasto impresso è quando ho ascoltato la testimonianza di una persona che ha vissuto sotto i bombardamenti a Gaza. Mi ha fatto riflettere sulla fragilità dell’essere umano di fronte alla violenza.
Ti senti ascoltato/a nella tua sofferenza? Che ruolo ha la tua fede o spiritualità in questo momento difficile? Hai trovato conforto o supporto nella tua comunità religiosa o culturale?
Sì, mi sento ascoltato. Mi rende però triste che spesso tutto quello che posso fare io o gli altri sia solo ascoltare. Vorrei andare oltre l’ascolto e fare qualcosa. La mia fede ha un ruolo importante perché mi aiuta a vivere il dolore. Anche se non dà risposte sul perché di tutte queste ingiustizie, mi sostiene nel vivere la sofferenza e l’assenza di risposte. La mia comunità religiosa mi è sempre stata accanto e abbiamo sempre pregato insieme per la pace.
Hai avuto esperienze di dialogo o incontro con persone dell’altra parte o esterne al conflitto? Cosa pensi sia più difficile da comprendere per chi non vive la tua esperienza?
Nella mia vita ho avuto molti incontri con persone dell’altra parte. Purtroppo, dal 7 ottobre 2023 in poi non sono più riuscito a dialogare molto con loro. Con persone esterne al conflitto capita invece spesso di dialogare. Per entrambe le parti vedo che la cosa più difficile da comprendere è che l’altro, di cui si parla, è un essere umano. Si dimentica quanto le due parti abbiano in comune.
Quali sono i tuoi desideri per il futuro? Qual è il primo passo – anche piccolo – che pensi sia possibile fare verso una convivenza? Che messaggio vorresti lasciare a chi ti leggerà?
Il mio desiderio è la pace. Un primo passo, anche piccolo, che si può fare è sicuramente dentro al cuore di ciascuno di noi: iniziare a mettere in dubbio tutte le certezze che abbiamo sul conflitto. Cominciare a pensare che forse non conosciamo tutti i fatti e che l’altro possa avere le sue ragioni. Così si entra nelle sofferenze dell’altro. Un messaggio che vorrei lasciare è questo: ognuno di noi può fare un piccolo passo. Potrebbe sembrare poco e questo ci rende frustrati, ma c’è sicuramente bisogno anche del tuo piccolo passo.
Miriam Camerini, giovane donna ebrea italo-israeliana, che
nei mesi scorsi ha vissuto per lavoro a Gerusalemme
Come stai, oggi (inizio luglio 2025)? In questo momento della tua vita, qual è l’emozione che senti più spesso? Come influisce questa situazione sul tuo quotidiano? C’è un momento recente che ti è rimasto impresso e che vorresti condividere?
In questo momento sono molto stanca: sento tutto il peso di più di un anno e mezzo di guerra, di terrorismo e di violenze di ogni genere. Constato una sempre maggior polarizzazione nelle posizioni anti-israeliane, che – se inizialmente erano legittimamente e genuinamente, almeno in parte, preoccupate per la popolazione di Gaza – sono in seguito degenerate nel buon vecchio antisemitismo: solo ieri ho letto su FB un post raccapricciante, che prendeva spunto dall’innocua notizia di haredim israeliani e nordamericani in arrivo in Calabria per scegliere – come ogni anno – i cedri per la festa delle capanne, Sukkot, per dar sfogo a tutto il repertorio medievale dei “riti diabolici” e a quello moderno della “colonizzazione”. Nelle comunità ebraiche d’Italia e d’Europa, d’altra parte, sento una grande e cieca stretta su posizioni di difesa di Israele e delle scelte del suo governo “a prescindere”, senza alcuna possibilità di critica e che non lasciano spazio ad alcun ascolto dell’altra/o, ad alcuna compassione per le vittime “dall’altra parte”. Entrambi gli atteggiamenti mi fanno moltissima paura e mi paiono difficilmente emendabili o reversibili: pagheremo tutti e tutte molto a lungo tutto questo.
Ti senti ascoltato/a nella tua sofferenza? Che ruolo ha la tua fede o spiritualità in questo momento difficile? Hai trovato conforto o supporto nella tua comunità religiosa o culturale?
Più che ascoltata mi sento responsabile: mi domando spesso che cosa dovrei e potrei fare di più attivo per fornire alle persone che possono in qualche modo sentirsi influenzate o “ispirate” da me una voce diversa, un altro modo di pensare alle cose. Sento di non aver fatto molto, in questi quasi due anni di “crisi”, anche perché la geopolitica non è mai stata il mio ambito. Un anno fa – da regista teatrale quale sono – ho diretto al Teatro comunale di Gerusalemme un’opera tratta da La Gerusalemme liberata di T. Tasso: l’ho svolta in chiave “pacifista”, ossia ponendo
a me e al pubblico la domanda: “Perché da sempre e con tanto folle entusiasmo scegliamo la guerra a scapito dell’amore?” che è poi il tema di fondo del libretto di Armida e Rinaldo. Ho avuto seri problemi con la produzione perché ho scelto di usare nelle scene e nei costumi espliciti riferimenti all’oggi, quali le divise dell’esercito israeliano indossate dai cavalieri crociati, uno scudo – specchio che riflette il pubblico costringendolo a guardarsi – un po’ acciecato dalle luci di scena riflesse – e domandarsi onestamente se si piace così, armato e pronto a uccidere. Ho poi messo in scena dei cartelli simili a quelli delle manifestazioni contro Netanyahu dell’inverno – primavera 2023, periodo che ho trascorso in Israele immersa nelle manifestazioni, per aiutare gli spettatori a riflettere sull’attualità della crisi, sul bisogno di non accettare la guerra acriticamente: un momento dal punto di vista teatrale un po’ “brechtiano”. La produzione – israeliana – mi ha detto cose orrende, tipo: “l’esercito di Israele è sacro (qadosh): nessuno lo può toccare, né criticare..” ho pensato che mi venisse un infarto, durante quella riunione, e ho sentito che era il momento – anche per me – di andare “alla guerra”: ho minacciato di andarmenee far saltare la produzione a tre settimane dal debutto, ho “trattato”, anche in maniera un po’ sporca, fingendo di concedere compromessi che in realtà avevo già deciso: le armi finte uguali a quelle vere non esistevano – ovviamente – in commercio, ma loro non lo sapevano, per cui ho messo sul tavolo dei negoziati l’offerta di usare invece delle baionette della I guerra mondiale per alludere al Mandato britannico sulla Palestina degli anni ’20-’30 quando in realtà era l’unica possibilità che avevo: il teatro è un gioco e io ho giocato, ma mi è costato tantissimo. In quel periodo ho potuto contare fortunatamente sull’ascolto, l’appoggio, la comprensione e il consiglio di alcuni amici gerosolimitani che sentono come me e sull’aiuto intellettuale e spirituale del rabbino Herzl Hefter, già ospite a Camaldoli con la moglie, con cui studio per il diploma rabbinico, che è un uomo di sinistra, profondamente attento e responsabile dei diritti dei palestinesi. Mi ha appoggiata e consigliata durante tutto il processo produttivo e fatta sentire compresa spronandomi ad andare fino in fondo alla mia battaglia, suggerendomi alcune delle frasi più dure da scrivere sui cartelli in scena.
Hai avuto esperienze di dialogo o incontro con persone dell’altra parte o esterne al conflitto? Cosa pensi sia più difficile da comprendere per chi non vive la tua esperienza?
Trovo che moltissime persone si schierino a caso, senza informarsi, credendo a slogan e facili proclami che suonano convincenti. Credo che molte/i non si rendano minimamente conto di quanto sono involontariamente e inconsapevolmente influenzate/i da due millenni di anti-giudaismo che emerge nel mito della Israele forte, del Paese ricco, degli ebrei potenti e influenti in tutto il mondo ancorché pochi di numero: sono tutti miti figli dell’antigiudaismo europeo greco-romano, cristiano e poi nazifascista, che ora si ripresenta sotto forma di grande battaglia di una “Sinistra”, cui da sempre con fervore appartengo, ma che ha completamente perso – su questo tema – il lume della ragione. Si chiede a noi ebree ed ebrei
continuamente di dissociarci da Netanyahu e dal suo Governo dimenticando che essere ebree non significa essere israeliane: è come se ogni cattolico/a dovesse per prima cosa dichiarare di essere contraria/o all’Inquisizione, o come se ogni persona di fede islamica dovesse prima di tutto dissociarsi dal terrorismo: è assurdo. La demonizzazione di Netanyahu, peraltro, è scorretta, a mio avviso: Netanyahu e i suoi ministri, in particolare Ben Gvir e Smotrich, sono fra le cose peggiori che siano successe al popolo ebraico in duemila anni di storia, ma non possiamo dimenticare che Israele è un Paese democratico e che queste persone sono state elette dai loro cittadini. Comportarci come se fossero dei dittatori che tengono ostaggio il loro Paese deresponsabilizza un’intera Nazione, il che è sempre pericoloso: l’opposizione al Governo in Israele c’è e si fa sentire da ben prima del 7 ottobre, ma anche su questo trovo che le narrazioni siano distorte: da un lato chi vuole “salvare” le e gli israeliani/e attribuendo tutta la responsabilità a quel “mostro” tiranno del primo ministro, dall’altra chi nega l’evidenza, ossia il fatto che l’opinione pubblica israeliana è assolutamente divisa e sull’orlo di una guerra civile. La scusa “migliore” che ho sentito spesso è: “Qui da noi le notizie non arrivano, non sappiamo veramente che cosa pensano in Israele.” Come se non esistessero i giornali online, ovviamente anche in inglese, tipo Haaretz, dove chiunque voglia informarsi davvero può farlo comodamente.
Quali sono i tuoi desideri per il futuro? Qual è il primo passo – anche piccolo – che pensi sia possibile fare verso una convivenza? Che messaggio vorresti lasciare a chi ti leggerà?
Io penso che la prima cosa “sana” da fare sia lasciar perdere per un attimo il “conflitto”: nulla di quello che facciamo qui in Italia, nelle piazze vere e virtuali, ha altro risultato che quello di fare aumentare la violenza fra noi, verbale e fisica. Lasciamo perdere, prendiamo un respiro e un po’ di distanza. Usiamo il tempo per leggere e studiare, consultare fonti vere e storicamente documentate. Evitiamo di esprimere opinioni affrettate, prendiamo del tempo per ascoltare e pensare, non per schierarci. Questo, per dirla con Qohelet, non è il tempo per lanciare pietre, ma per ricucire.
Ringraziamenti
Progetto a cura di Giordano Bottecchia, Giacomo Ghedini, Giulio Piperno e Nihad Salameh. Realizzato con il supporto di David Morselli e Gabriella Serra.